In seguito alcuni testi critici.

Testo per la mostra “Ligabue, la figura ritrovata”, Museo Ligabue, Palazzo Bentivoglio, Gualtieri (RE)

La pittura di Juan Eugenio Ochoa si prefigura come atto di memoria. I volti rappresentati attraverso la stratificazione, le trasparenze, il mistero ed il vuoto sono caratteristiche essenziali per richiamare l’uomo al sogno. I soggetti dei suoi lavori, dalla fisicità indefinita, per mezzo di una stratificazione pittorica di velature, appaiono fantasmi incorporei enfatizzando il senso, a tratti mistico, che aleggia intorno alle immagini e le colloca in uno spazio etereo, esprimendo la condizione umana mutevole e fragile.

Matteo Galbiati

Testo di Natalie Zangari 

La poesia delle opere di Eugenio Ochoa risiede nel segreto dei volti evanescenti che sussurrano la sfocata presenza dell’uomo, nell’incertezza tra ciò che appare e ciò che si nasconde, in un continuo gioco di luci e ombre, figurazione e astrazione.
I suoi lavori sono custodi della rêverie, ovvero la capacità dell’essere umano di sognare e riempire l’assenza con il proprio passato e presente, oltre che di fantasticare sul futuro preannunciando così un destino imprevedibile.
La pittura di Ochoa si prefigura come atto di memoria. I volti rappresentati attraverso la stratificazione, le trasparenze, il mistero ed il vuoto sono caratteristiche essenziali per richiamare l’uomo al sogno.
L’approdo a tale dimensione onirica è possibile grazie all’uso sapiente del colore e ai confini sfumati e fuggevoli che, ponendo le opere in dittico tra la concretezza del corpo e l’impalpabilità del sentimento, portano l’osservatore a scrutare il suo lo più profondo. Trovandosi di fronte ad un’immagine archetipica, lo sguardo è suggestionato da una visione evocativa e rivelatrice, che allo stesso tempo è destinata a dissolversi lentamente.
Le rappresentazioni, imprimendo la loro esistenza come nel sudario della Veronica, diventano tracce transitorie, che affondano o affiorano dalla tela in una sorprendente apparizione.
In altri casi le sagome si specchiano, riflettendosi l’una nell’altra, tramite utilizzo di supporti speculari, che invadono lo spazio circostante grazie all’inclinazione delle loro superfici. Attraverso l’utilizzo del dittico e di una sovrapposizione di trasparenze e di veli luminosi l’artista agisce in un modo non convenzionale per veicolare la sua poetica e attrarre l’osservatore in un percorso introspettivo.
I soggetti dei suoi lavori, dalla fisicità indefinita, per mezzo di una stratificazione pittorica di velature, appaiono fantasmi incorporei enfatizzando il senso, a tratti mistico, che aleggia intorno alle immagini e le colloca in uno spazio etereo, esprimendo la condizione umana mutevole e fragile.
Mediante la stesura di uno strato di colore uniforme e la sua successiva rimozione con apposite spazzole, Ochoa lascia emergere un’immagine suggestiva contenente, nella trama della tela, l’arcana frammentarietà dell’Identità e dell’essenza dell’uomo. La sua indagine si focalizza non tanto sulla rivelazione, quanto piuttosto sull’atto stesso di rivelare e ciò rende importante non l’opera conclusa in quanto tale, ma tutto ciò che si cela al di sotto.
L’artista guida l’osservatore ad indagare la sua primordiale verità, oltre che stimolarne la sensibilità e la percezione.
In questo modo la mimesis del reale diventa il punto di partenza per una ricerca più ampia, in cui la figurazione si fonde con l’astrazione, conducendo ad un nebuloso universo di reminiscenze. Diviene quindi inevitabile rifugiarsi nelle sue figure spirituali ed eteree così come nei nostri ricordi e cercare di mantenere ancora intatto il sentimento di rêverie.

Natalie Zangari

Testo per la mostra Vanishing – Biffi Arte Gallery, Piacenza

Sinopie

Strato su strato, velatura dopo velatura, rispettando i principi della più tradizionale pratica pittorica, e poi procedendo “per via di levare”: è così che Juan Eugenio Ochoa porta alla luce i propri volti. Sono tutti i protagonisti di Blu e Seta e di Lirica Analitica, i due percorsi espressivi degli ultimi anni, due progetti che hanno portato il giovane artista colombiano ad affinare gli strumenti di un fare pittorico rigoroso nelle procedure ma liberissimo nel risultato.

A colpi secchi di pennellessa, Ochoa manipola l’ombra, cavandola a forza dal campo luminoso del fondo: uno straordinario lavoro di sottrazione da cui nasce un consesso di presenze-assenze, messe in vibrazione dalla luce e dalla sua latitanza. Sono creature sulla soglia: della memoria, del ricordo, del tempo, volti su cui si sedimentano le tracce di intere generazioni passate. Vengono verso di noi e già se ne vanno, lontane nel tempo e nello spazio, inghiottite in una sospensione luminosa. Visioni in uno spazio evanescente eppure dotato di volume, perché Ochoa, come un artista del Quattrocento, cerca la prospettiva, e la trova modulando il blu, un blu labile, con cui costruisce lo struggente scivolar via di questi volti verso un altrove di cui non abbiamo memoria. O forse l’abbiamo. E’ quella del dagherrotipo, della fotografia d’archivio, terra dei volti senza nome da cui l’artista prende le mosse, talvolta con un gesto sconvenientemente contemporaneo: li guarda dal cellulare, per trattenerli sotto le palpebre e restituirne l’imago sulla tela, senza disegno, senza mappe di orientamento. Sinopie umbratili, costantemente in bilico fra superficie e profondità.

Artista colto e inesausto nella riflessione sui possibili estuari concettuali del proprio lavoro, nella serie recentissima Blu e Seta Juan Eugenio Ochoa va ancora più a fondo nella ricerca del valore semiotico dell’opera e accanto alla tela, suo strumento privilegiato, si cimenta con il più indocile dei supporti, il voile di seta, diaframma luminescente e opaco al tempo stesso, fissato su plexiglass. E se nei lavori precedenti la luce era offerta dalla preparazione della tela, ora è tutta nella trama della seta. Ecco allora che, ancora di più, l’immagine si dilegua prendendo la strada di una trasparenza nuova, a stento trattenuta nel retro dell’opera, in un soffio, prima di sparire.

Susanna Gualazzini

Testo per la mostra “Dove”  2017, Arzignano (VI)

Pittura come attraversamento.

Nella lunga storia che ha visto la pittura accompagnare e commentare dall’esterno lo sviluppo della civiltà umana sono stati diversi i paradigmi e le strategie utilizzati da questo medium per risolvere il suo problema fondamentale: mettere in relazione l’uomo con un’immagine o una visione che gli si para davanti. Ci sono stati i secoli della profondità, della prospettiva e della verosimiglianza ottica, i tempi della verità trascendente nella superficie, nella presenza e nell’icasticità iconica, come anche i tempi del palinsesto, del segno mondano e povero, riportato con noncuranza su una superficie di supporto.

In tutti questi casi, così rapidamente presi in rassegna, riecheggia l’ambizione che era stata anche dei futuristi (“Noi porremo lo spettatore nel centro del quadro”) di abbattere tutte le separazioni tra arte e vita, creando uno spazio di scambio tra spettatore e opera, vuoi facendo uscire l’immagine come presenza nel mondo, vuoi ipotizzando un entrare da parte dell’osservatore nella dimensione dell’immagine.

Quella che Juan Eugenio Ochoa (Medellin, Colombia, 1983) pratica da alcuni anni è una pittura che, accettando la complessità di questi approcci possibili, accoglie in sé stimoli provenienti da paradigmi diversi. Nei suoi dipinti si ha l’impressione che figure e materia possano attraversare liberamente il supporto,(/) emergendo o sprofondando continuamente per poi, a un dato istante stabilito dall’autore, fissarsi in un’immagine definitiva che conserva in sé tutto il mistero e l’evanescenza di questo procedimento di continuo celarsi e disvelarsi. Volti del ricordo e tracce di passato raccolti dalla storia personale di Ochoa o dalla nostra memoria collettiva emergono in questa pittura evocativa dove le azioni di affioramento, sprofondamento e attraversamento dell’immagine sono elementi caratterizzanti.

La superficie si fa quindi limen, confine, soglia continuamente percorribile lungo il proprio asse frontale dal flusso iconografico nella quale si impigliano frammenti di realtà che assumono le sembianze di fragili testimonianze di una personale archeologia dell’immagine, fissata sulla tela un attimo prima della sua perdita definitiva. Cadono, in questo modo, le distinzioni tra profondità e superficie, astrazione e figurazione, in un muoversi con competenza da parte dell’artista colombiano tra i moduli dell’immagine e della sua negazione, tra quelli della rappresentazione e della pura astrazione.

Nell’intervento realizzato per i locali carichi di storia di Atipografia, guidato dal tema del territorio, si realizza un fecondo incontro di similitudini dove gli elementi di memoria, passato, architettura e paesaggio giungono a un’inaspettata armonia tra intervento d’artista e spazio che lo ospita. In questa recente installazione – intitolata non a caso con un avverbio di luogo: Dove – Ochoa sperimenta la sua pratica su ampi drappi dalle delicate trasparenze, allestiti nell’ambiente per rendere dinamico e processuale, continuamente negoziabile con i movimenti dello spettatore, quel raffinato connubio di affioramenti iconografici, spaziali e temporali che caratterizzano già la sua pittura su supporto tradizionale.

L’attraversamento delle immagini sulla superficie-soglia dei quadri di Ochoa torna quindi a essere instabile, mutevole, entrando in dialogo (o collisione) con il carico di memoria che l’archeologia industriale dell’antica Tipografia Dal Molin porta con sé. Il fare pittorico sconfina addirittura nello statuto scultoreo e architettonico, rifiutando la frontalità immacolata del piano del quadro per accettare l’interferenza e la ricchezza offerta dallo spazio reale, percorribile. L’ambiente stesso diventa elemento compositivo di queste opere o, viceversa, le opere stesse si fanno elementi di un grande allestimento spaziale, in modo tale che anche l’occhio e il corpo dello spettatore diventino parte di quella pratica di incessante attraversamento che coinvolge solitamente le immagini di Ochoa.

Gabriele Salvaterra

Testo per la mostra Dissolvenze, Museo dello Zucchero  2017 Nizza-Monferrato (Asti)

Figuralità astrattiva: un nuovo paradigma per la pittura

La pittura di Juan Eugenio Ochoa mi ha sempre affascinato per quell’incredibile tensione che suscita obliando l’immagine tra due opposte polarità divergenti che nelle sue opere, però, sanno sempre convergere in un perfetto punto di equilibrio, reciproco e scambievole, che ne rende assolute, definite e definitive le istanze.

Il velo con cui delinea la pittura si compone di pochi colori – anche in questo caso somma di opposti con tonalità calde e fredde le cui “temperature” si ibridano nell’insieme finale – che portano a legare, in un unico insieme, tanto forme astratte, definibili attraverso piani pittorici stratificati in velate trasparenze, quanto profili figurali evanescenti, ritratti di persone reali che trasfigurano la propria essenza in un aura fantasmatica, impronta primaria della loro tangibile presenza.

In questo paradosso apparente si risolve il dipingere di Ochoa che, dissimulando ogni convenzionalità di genere in cui la pittura – ma l’arte in genere – si è schierata dicotomicamente, sperimenta un’altra possibile lettura che non è mai solamente artistica, ma si fa analitico-scientifica nel pensare in termini di iconicità e aniconicità presunte rispetto al modo generalizzato di percepire e sentire l’opera d’arte, in primo luogo come oggetto semantico e, in un secondo momento, per coglierne le spinte e le pulsioni emotive.

L’artista – che vanta una formazione e una professionalità da ricercatore scientifico, cosa che determina e influenza un altro modus del suo approccio all’arte – affonda le basi del proprio rapporto con la superficie dipinta su uno studio attento del valore analitico della pittura, delle consistenze determinate dal rapporto esclusivo tra materia e luce, dei principi che muovono ad un pensare astrattivo che amplifica le potenzialità effettive del vedere figurale.

La diafana apparenza, in cui emergono o affondano (il dubbio rimane perenne e rinnovato) le sue immagini, dichiara un altro valore del rapporto con l’opera d’arte che, in questo caso, affina il percorso empatico per chi osserva, spinto a impegnare un tempo differente, meno scontato e veloce, per chiarire quanto lo sguardo gli offre.

La ricerca programmatica di Ochoa rincorre tutti i termini della pittura come il tempo, la spazialità, la luce, l’occasione, il luogo, la storia, l’universalità che si riversano nelle sue sperimentazioni e confluiscono in una disciplinata prassi rappresentativa.

Quello che ci regala è un’identità assolutamente nuova di quegli indici che, sempre tenuti lontani da conflitti e messi su equi livelli di comprensione, lui riesce in modo personale ad avvicinare e non solo a far dialogare, ma anche a risolvere in una totalità di grande impatto poetico. L’aspetto lirico del suo lavoro, in chi lo osserva, sopravanza istintivamente rispetto a quello estetico che, pur convincente e rassicurante nella sua bellezza formale, compiuta e innegabile, si predispone come suo predicato effettivo.

La bellezza della sua pittura si concede un’immunità che sospende ogni ambiguità dissolvente la superficie: coglie l’attimo di un esistere potenziale che rimarca la carica espressiva della bidimensionalità apparentemente limitante del quadro che, ora, si spalanca ad infinite sfumate possibilità, delicatamente labili, quanto infinitivamente sconfinate.

Matteo Galbiati 

Juan Eugenio Ochoa (Medellín,1983) la sua pittura è sospesa tra il figurativo e l’astratto, confine messo in discussione dalla sua visione:
 “la realtà, senza gli strumenti della ragione, ci apparirebbe tutta astratta”.
L’opera di Ochoa restituisce delle figure sfocate, filtrate, che sono la rappresentazione iperrealista del nostro vissuto fatto di immagini, fotograficamente definite solo nell’istante effimero in cui sono consumate.
A rendere ancor più interessante il suo lavoro è la tecnica: i ritratti leggeri ed evanescenti sono generati non da un meticoloso lavoro di pennello, ma da un lavoro di eliminazione del colore attraverso con una grossa spazzola ruvida ed una gestualità aggressiva.
Considerato dalla critica uno dei più interessanti interpreti della pittura contemporanea, si è aggiudicato prestigiosi premi dedicati a questa disciplina.
Alla carriera d’artista Ochoa affianca quella del cardiologo; il suo lavoro riflette e distilla l’antitesi fra il desiderio medico del curare, quindi di ristabilire un ordine naturale, e quello artistico del destabilizzare attraverso il dubbio e l’incertezza.
 
Carlo Maria Lolli Ghetti

Nella sua prima mostra personale in Germania con il titolo Claroscuro, Juan Eugenio Ochoa mostra diverse opere nate appositamente per questa mostra.
Claroscuro, che in spagnolo significa luce-buio, non è solo il titolo della mostra ma va inteso come modus operandi. Juan Eugenio Ochoa si concentra sul fenomeno della luce, che costituisce un aspetto caratteristico dei suoi dipinti. Usando un’espressione del campo della fotografia si potrebbe descrivere tutte le sue opere come una sorta di sovraesposizione. La luce intensa rende quasi impossibile per l’osservatore vivere l’immagine nel suo insieme, poiché la luce forte fa abbagliare i nostri occhi. Già nel XVII secolo il filosofo inglese Francis Bacon descrisse questo stesso fenomeno in un suo estratto: Invisibili, dopo una grande luce, se venite improvvisamente nel buio, o al contrario, fuori dal buio in una luce abbagliante, l’occhio è abbagliato per un certo tempo, e la vista confusa.
Il fenomeno della luce è sempre e necessariamente legato a quello dell’ombra. Ciò significa che anche l’ombra e l’oscurità ottengono un grande
ruolo nell’opera di Ochoa. L’artista gioca con lo stimolo ottico di chi guarda e lo fa molto bene.
Allo stesso tempo si concentra principalmente sul modo figurativo dell’immagine e sulla sua dimensione astratta. L’artista ci presenta nei suoi quadri una sintesi astratto-figurativa, una gamma di soglia tra l’apparizione dell’immagine e la scomparsa dei suoi contorni in un’astrazione geometrica definita o indefinita.
Il giovane artista colombiano mette su tela dipinti virtuosi alla maniera dei vecchi maestri olandesi, condotti con tecnica perfetta. La particolarità della pittura a olio, cioè lavorare con una varietà di strati diversi di vernice, viene nella sua arte molto accomodante. La stratificazione pittorica ottenuta con la sovrapposizione di trasparenze e veli luminosi avvolge il profilo morfologico dell’immagine che non può essere identificato con precisione.
Uno spettro quasi mistico si diffonde sui volti gentili di giovani ragazze e donne che emergono dalle immagini sfocate tenute in bianco e grigio, come da un altro mondo. L’artista non si occupa veramente del
soggetto che si presenta in apparenza, ma piuttosto il processo di rivelazione. Per lui è il mistero della rivelazione che promuove il dialogo tra la dimensione figurativa e quella astratta dell’immagine, che invece di entrare in polemica, si basa su una sempre reciproca amplificazione e arricchimento dei due standard di rappresentazione pittorica originariamente così contrastanti. Il processo di osservazione torna così, ancora una volta, ad analizzare e riaffermare la natura essenziale della pittura: essere un fenomeno sensibile e percettivo.

Isabelle Lesmeister

LUCE E PROFONDITÀ.

Testo per la mostra Lirica Analitica – Galleria Ghiggini

Appunti sulla pittura di Juan Eugenio Ochoa a cura di Claudio Cerritelli a riflessione sulle proprietà del colore e sulle strutture compositive è stata per Juan Eugenio Ochoa l’orizzonte di riferimento iniziale per apprendere i fondamenti della disciplina pittorica durante il periodo di formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.

L’interesse per il colore-luce si è in seguito sviluppato attraverso la conoscenza storica delle ricerche pittoriche contemporanee, dagli alfabeti dell’astrattismo alle implicazioni scientifiche della percezione, dal costruttivismo geometrico alle conseguenti forme dell’arte aniconica. In particolare, Ochoa ha esplorato l’albero genealogico della cosiddetta Pittura Analitica, area di ricerca che negli anni Settanta del secolo scorso e stata caratterizzata da esperienze disseminate in Italia e in Europa.

Quest’indagine è servita per assimilare le ragioni del dibattito sulla pittura e sulle prospettive del suo ruolo, rafforzando la convinzione che non vi può essere pratica del dipingere disgiunta dalla coscienza delle sue radici storiche, spazio di riferimento che dalla concettualità del “grado zero” si é amplificato verso un insieme di differenti prospettive analitiche.

In questo senso, Ochoa ha studiato le componenti basiche del colore, ha scelto di lavorare su strutture compositive primarie, sviluppando una ricerca sulle trasparenze del colore in rapporto all’aspetto strutturale della forma. Questo misurato esercizio metodologico (forse rafforzato dall’attitudine scientifica della sua parallela professione di medico) ha mostrato le possibilità della disciplina pittorica di esaltare il sistema compositivo dell’immagine, attraverso la sequenza di fasce cromatiche disposte verticalmente e proporzionate alla dimensione della superficie.

Questa ricerca è stata adottata per far emergere 1l rigore strutturale della forma astratta, inoltre per affermare il primato della superficie bidimensionale, luogo di sospensione dei semplificati narrativi, schermo attraversato da variazioni di luce che riflettono analiticamente su proprio divenire percettivo, senza altro riferimento che il colore stesso.

Dopo questa fase d’integrale dedizione ai problemi della costruzione aniconica, Ochoa ha sviluppato la compresenza di due piani di configurazione cromatica, un versante astratto-strutturale e un referente iconico figurale, l’uno necessario alla percezione dell’altro.

Dalla reciproca tensione di questi elementi apparentemente inconciliabili, è nata la possibilità di unificare la percezione totale del campo astratto e la morfologia particolare della forma umana, sintesi tra rarefatti valori atmosferici e misurate presenze figurali, congiunzione simbolica di ambivalenze visive e visionarie che afferiscono nella stessa immagine.

Ochoa sta seguendo questo programma di ricerca basato sulla sovrapposizione di due “indici visivi” (astrazione e figuralità) che costituiscono la nuova identità rappresentativa delle opere attuali.

In esse si avverte una continuità con le ricerche precedenti, in quanto l’immagine è costantemente sottoposta alle regole e alle procedure della pittura a olio, rigorosa scelta tecnica che esalta il valore delle trasparenze, la qualità della luce dipinta, mai riducibile al puro gioco ottico. Spazialità costruttiva e codice figurale determinano la soglia del visibile come continua interrelazione tra superficie e profondità, tra velo luminoso del colore e apparizione di figure indistinte e fantasmatiche.

I volti sembrano emergere da spazi distanziati nel tempo, dal ritmo susseguente delle fasce cromatiche e dalle loro variazioni, il profilo morfologico è avvolto da bagliori che li allontanano da una precisa definizione, dalla possibilità di essere identificabili.

Quando l’artista si affida a grandi dettagli significa che intende amplificare la singola citazione figurale dilatandone l’apparizione nello spazio evanescente. La sensazione è che gli sguardi enigmatici dei volti appaiano in silenzio dietro il velo della luce, che siano sempre sul punto di rivelarsi, di comunicare indicibili pensieri, in realtà è proprio il senso di sospensione a caratterizzare l’inesplicabile situarsi dell’immagine, al confine di se stessa.

Questa sensazione si rafforza con la presenza di figure intere, corpi che volteggiano nella luce assumendo diverse posizioni, differenti modi di porsi in relazione con le geometrie spaziali. Ciò che conta non è la riconoscibilità del soggetto ma l’energia dello spazio-luce in cui ogni figura è immersa, in uno stato di costante fusione con l’atmosfera circostante.

Se all’inizio del percorso Ochoa definiva la sua ipotesi rappresentativa con il termine “lirica-analitica”, magico punto d’incontro tra realtà osservata e forma immaginata, nella recente serie di opere si potrebbe parlare di una linea ‘“iconica-analitica’’, sintesi astratto-figurale, duplice soglia mentale del dipingere, in bilico intorno al lento disvelarsi dell’immagine, misterioso luogo di slittamenti e variazioni percettive che seducono lo sguardo.

Claudio Cerritelli

2015 – Biennale Giovani Monza

Dopo una fase d’integrale costruzione analitica dello spazio, Juan Eugenio Ochoa ha sviluppato la compresenza di due piani di configurazione cromatica, un versante astratto strutturale e un referente iconico figurale, l’uno necessario alla percezione dell’altro. Da questo meccanismo di reciproca tensione nasce la possibilità di unificare lo spazio astratto e la forma umana, l’atmosfera rarefatta e la misura del corpo, attraverso la forza allusiva di elementi ambivalenti che amplificano il percorso di lettura generato dai caratteri opposti della stessa immagine.

Questo programma di ricerca è basato sulla sovrapposizione di due indici visivi che costituiscono la nuova identità dell’opera, entrambi sottoposti alle regole e alle procedure tradizionali della pittura a olio, scelta rigorosa che l’artista persegue senza mai ridurre il processo percettivo a un puro gioco ottico.

Spazialità costruttiva e codice figurale sono le polarità entro cui la soglia del visibile afferma la continua interrelazione tra superficie e profondità, dialettica assimilata dalla totalità del velo luminoso che trasfigura l’energia mutevole del colore nell’apparizione fantasmatica del volto o del corpo che emerge dalle cangianze strutturali.

Ochoa definisce la sua ipotesi rappresentativa con il termine “lirica-analitica”, mantenendo sempre aperto il carattere sfuggente dell’immagine, il continuo transito di ragioni analitiche e di emozioni inafferrabili, magico punto d’incontro tra realtà osservata e forma immaginata.

Sebbene filtrate dalla concettualità del dipingere, le diverse fasi esecutive sono guidate da una metodologia che segue il lento disvelarsi dell’immagine, in tal senso la pittura è al centro di ogni progetto immaginativo, la sua energia è calcolata stratificazione di velature, percezioni sfiorate da lievi straniamenti.

Claudio Cerritelli

Testo per la mostra “Lirica analitica” – La Vetrata Artistica Contemporanea, KOINE, Fiera di Vicenza 13-16 Aprile 2013

Il Progetto è il risultato di un percorso di ricerca artistica che risente di memorie legate alle esperienze della pittura analitica Italiana degli anni settanta ed in particolar modo dal lavoro di artisti che hanno utilizzato la linea come elemento fond ativo del lavoro. Nella mia ricerca artistica, la pittura diventa quindi il soggetto primo di se stessa ; cosi che il supporto, il colore, e gli strumenti non rappresentano soltanto elementi fondamentali della tecnica pittorica, ma diventano i mezzi attraverso i quali il pensiero e l’azione concettuale possono essere rappresentati. In particolare, ho cercato di rispondere alla domanda: Si può lavorare in pittura per via di mettere e per via di levare? In principio stendo il colore sulla tela, già predisposta, ed in un secondo momento, servendomi di apposite spatole procedo a asportare il colore; “per via di levare” ottengo visioni che, senza essere in se forme esplicite, risultano immagini evocate.

Sul piano della progettazione delle vetrate ho cercato di affermare l’epifania della luce e del colore, la trasfigurazione delle forme per giungere ad un nuovo stato del pensiero . Come la vetrata, il quadro diventa dunque uno spettro di vibrazioni dove gli opposti e le dualità (luci-ombre, pieni-vuoti, presenze-assenze, accelerazioni-deaccelerazioni, colori complementari) si fronteggiano ma solo per ritrovarsi nell’unità del tutto.