Figuralità astrattiva: un nuovo paradigma per la pittura

di Matteo Galbiati

La pittura di Juan Eugenio Ochoa mi ha sempre affascinato per quell’incredibile tensione che suscita obliando l’immagine tra due opposte polarità divergenti che nelle sue opere, però, sanno sempre convergere in un perfetto punto di equilibrio, reciproco e scambievole, che ne rende assolute, definite e definitive le istanze.

Il velo con cui delinea la pittura si compone di pochi colori – anche in questo caso somma di opposti con tonalità calde e fredde le cui “temperature” si ibridano nell’insieme finale – che portano a legare, in un unico insieme, tanto forme astratte, definibili attraverso piani pittorici stratificati in velate trasparenze, quanto profili figurali evanescenti, ritratti di persone reali che trasfigurano la propria essenza in un aura fantasmatica, impronta primaria della loro tangibile presenza.

In questo paradosso apparente si risolve il dipingere di Ochoa che, dissimulando ogni convenzionalità di genere in cui la pittura – ma l’arte in genere – si è schierata dicotomicamente, sperimenta un’altra possibile lettura che non è mai solamente artistica, ma si fa analitico-scientifica nel pensare in termini di iconicità e aniconicità presunte rispetto al modo generalizzato di percepire e sentire l’opera d’arte, in primo luogo come oggetto semantico e, in un secondo momento, per coglierne le spinte e le pulsioni emotive.

L’artista – che vanta una formazione e una professionalità da ricercatore scientifico, cosa che determina e influenza un altro modus del suo approccio all’arte – affonda le basi del proprio rapporto con la superficie dipinta su uno studio attento del valore analitico della pittura, delle consistenze determinate dal rapporto esclusivo tra materia e luce, dei principi che muovono ad un pensare astrattivo che amplifica le potenzialità effettive del vedere figurale.

La diafana apparenza, in cui emergono o affondano (il dubbio rimane perenne e rinnovato) le sue immagini, dichiara un altro valore del rapporto con l’opera d’arte che, in questo caso, affina il percorso empatico per chi osserva, spinto a impegnare un tempo differente, meno scontato e veloce, per chiarire quanto lo sguardo gli offre.

La ricerca programmatica di Ochoa rincorre tutti i termini della pittura come il tempo, la spazialità, la luce, l’occasione, il luogo, la storia, l’universalità che si riversano nelle sue sperimentazioni e confluiscono in una disciplinata prassi rappresentativa.

Quello che ci regala è un’identità assolutamente nuova di quegli indici che, sempre tenuti lontani da conflitti e messi su equi livelli di comprensione, lui riesce in modo personale ad avvicinare e non solo a far dialogare, ma anche a risolvere in una totalità di grande impatto poetico. L’aspetto lirico del suo lavoro, in chi lo osserva, sopravanza istintivamente rispetto a quello estetico che, pur convincente e rassicurante nella sua bellezza formale, compiuta e innegabile, si predispone come suo predicato effettivo.

La bellezza della sua pittura si concede un’immunità che sospende ogni ambiguità dissolvente la superficie: coglie l’attimo di un esistere potenziale che rimarca la carica espressiva della bidimensionalità apparentemente limitante del quadro che, ora, si spalanca ad infinite sfumate possibilità, delicatamente labili, quanto infinitivamente sconfinate.

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