Dopo una fase d’integrale costruzione analitica dello spazio, Juan Eugenio Ochoa ha sviluppato la compresenza di due piani di configurazione cromatica, un versante astratto strutturale e un referente iconico figurale, l’uno necessario alla percezione dell’altro. Da questo meccanismo di reciproca tensione nasce la possibilità di unificare lo spazio astratto e la forma umana, l’atmosfera rarefatta e la misura del corpo, attraverso la forza allusiva di elementi ambivalenti che amplificano il percorso di lettura generato dai caratteri opposti della stessa immagine.

Questo programma di ricerca è basato sulla sovrapposizione di due indici visivi che costituiscono la nuova identità dell’opera, entrambi sottoposti alle regole e alle procedure tradizionali della pittura a olio, scelta rigorosa che l’artista persegue senza mai ridurre il processo percettivo a un puro gioco ottico.

Spazialità costruttiva e codice figurale sono le polarità entro cui la soglia del visibile afferma la continua interrelazione tra superficie e profondità, dialettica assimilata dalla totalità del velo luminoso che trasfigura l’energia mutevole del colore nell’apparizione fantasmatica del volto o del corpo che emerge dalle cangianze strutturali.

Ochoa definisce la sua ipotesi rappresentativa con il termine “lirica-analitica”, mantenendo sempre aperto il carattere sfuggente dell’immagine, il continuo transito di ragioni analitiche e di emozioni inafferrabili, magico punto d’incontro tra realtà osservata e forma immaginata.

Sebbene filtrate dalla concettualità del dipingere, le diverse fasi esecutive sono guidate da una metodologia che segue il lento disvelarsi dell’immagine, in tal senso la pittura è al centro di ogni progetto immaginativo, la sua energia è calcolata stratificazione di velature, percezioni sfiorate da lievi straniamenti.

Claudio Cerritelli

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